La Chiesa Evangelica Valdese di Torino

Il movimento valdese, nato a Lione sul finire del 1100 per iniziativa di un ricco mercante, Valdo, il quale abbandonò tutti i suoi beni per predicare in povertà l’Evangelo per le strade del suo Paese, si diffuse presto in tutta Europa, nonostante la scomunica comminata dal Concilio di Verona del 1184. Per tutto il Medio Evo dei predicatori itineranti, chiamati “Barba”, tennero i contatti fra i diversi gruppi di simpatizzanti, predicando in riunioni clandestine per sfuggire all’inquisizione.

All’inizio del ‘500, quando nel nord Europa si stava affermando la Riforma protestante, i Valdesi decisero, nel corso di un’assemblea popolare tenuta in Val d’Angrogna (Chanforan, 1532), di aderire a questo nuovo movimento. Si strinsero allora legami soprattutto con le città riformate della Svizzera e questo significò un deciso mutamento nel pensiero e nell’azione di questi eredi del movimento medievale. Ora non si poteva più stare nascosti. Era il momento di dresser l’église, come si diceva allora. Ciò significava uscire allo scoperto, costruire dei luoghi di culto, costituire delle comunità e preparare dei pastori. Questo fatto comportò però anche la reazione violenta delle istituzioni, statali e ecclesiastiche. Già altre ve ne erano state in passato, ma a metà del ‘500 furono organizzate delle campagne militari che distrussero le colonie del sud della Francia e della Calabria. I gruppi del Pinerolese seppero invece resistere, aiutati in questo dalla natura dei luoghi, tanto da costringere il Duca di Savoia ad accettare una enclave riformata (fatto unico in Europa) sul suo territorio (“Pace di Cavour”, 1561).

Da allora, le valli Pellice, Chisone e Germanasca furono denominate Valli Valdesi e divennero un ghetto in cui i Valdesi furono costretti a vivere per oltre tre secoli, dovendo subire nuove campagne militari e restrizioni e angherie di ogni genere. Fu solo il 17 febbraio 1848, infatti, che il re Carlo Alberto concesse ai Valdesi (e poi agli Ebrei) i diritti civili. Da quel momento i Valdesi poterono uscire dal loro ghetto e, seguendo le vicende risorgimentali, aprire delle scuole e delle chiese in tutta Italia. Oggi la Chiesa Valdese si presenta come una chiesa di stampo calvinista ed ha delle comunità dalla Val d’Aosta alla Sicilia, ma il nucleo più importante e numeroso resta quello dell’area del Pinerolese, ancora oggi denominato Valli Valdesi.

A Torino. Nonostante le scomuniche, un numero importante di protestanti ha sempre vissuto a Torino, nel corso dei secoli, anche grazie al fatto che nella capitale del ducato si trovavano le Ambasciate dei Paesi protestanti e questi erano dunque protetti dalle garanzie diplomatiche. Qui si ricorda però anche il martirio del pastore Goffredo Varaglia strangolato e arso sul rogo in piazza Castello nel 1558 (oggi una targa di bronzo ricorda quell’episodio).

Fu però soltanto nel periodo dell’occupazione napoleonica che i Valdesi poterono uscire dalle Valli, dove erano confinati dai tempi della citata “Pace di Cavour” del 1561, e rifarsi una vita nella città. Dopo la sconfitta di Napoleone, la politica di restaurazione cercò di riportare indietro l’orologio della storia, ma la presenza delle residenze diplomatiche impose al re un comportamento “politicamente corretto” nei confronti degli evangelici. In particolare, nel 1825, l’ambasciatore di Prussia, conte von Waldburg-Truchsess, che molto si impegnò a favore dei Valdesi, ottenne dal re l’autorizzazione ad aprire la cappella della Legazione anche ai protestanti italiani. Nello stesso anno, fu raggiunto un accordo con i rappresentanti della Chiesa valdese per inviare a Torino un pastore con la funzione di cappellano d’Ambasciata. Nel 1827 arrivò a Torino il pastore Giovanni Pietro Bonjour a cui seguì, dal 1832 al 1864 il pastore Amedeo Bert, col quale ha di fatto inizio la storia della Chiesa valdese di Torino, anche se va detto che essa raccoglieva non solo Valdesi in senso stretto, ma anche protestanti provenienti da vari Paesi europei.

L’Ospedale. Fin dall’inizio della sua attività a Torino, il pastore Bert sentì la necessità di organizzare delle strutture, per quanto minimali, che fornissero un sostegno alle persone in difficoltà. Nel 1833 un gruppo di signore costituì una associazione alla quale fu affidato il compito di gestire una parte delle collette ai culti a favore dell’assistenza rivolta agli evangelici in situazione di bisogno. Tra loro vi erano famiglie provenienti dalle Valli che fuggivano una situazione economica al limite della sopravvivenza per cercare a Torino nuove possibilità di esistenza. Ben presto si prospettò un’altra esigenza non più procrastinabile: la creazione di un luogo di accoglienza e di cura per ammalati protestanti. Infatti essi, a causa della loro fede, erano soggetti ad azioni discriminatorie e a pressioni proselitistiche presso le istituzioni sanitarie, a quel tempo tutte gestite in modo più o meno diretto dalla Chiesa cattolica.

Con tatto e saggia azione diplomatica, il pastore Bert fin dal 1839 manifestò la sua intenzione di aprire una modesta struttura sanitaria. Le autorità, informate del progetto, fecero finta di non capire e non opposero resistenza, probabilmente perché percepirono, dietro tale richiesta, l’assenso del re Guglielmo III di Prussia, il quale, sollecitato dal suo ambasciatore, si impegnò in prima persona a sostenere l’opera con un contributo annuo di 850 franchi.

La nuova struttura, inaugurata nel 1842, non si chiamerà ospedale, bensì Rifugio, consterà di cinque stanze di degenza e sarà collocato all’interno di Casa Bellora, sede dell’ambasciata prussiana e della cappella protestante, posta all’incrocio fra via Carlo Alberto e il viale del Re (oggi corso Vittorio Emanuele II). Dopo alterne vicende, ampliamenti e ricostruzioni dopo i pesanti bombardamenti della II Guerra Mondiale, l’Ospedale Valdese, molto apprezzato in città, è stato ceduto alla Regione Piemonte nel 2004.

Il pastore Bert seppe anche mantenere stretti rapporti anche con gli ambienti liberali, in particolare i fratelli D’Azeglio, che spinsero il re Carlo Alberto alla concessione delle Lettere patenti del 17 febbraio 1848 con cui si concedevano i diritti civili ai Valdesi prima e quindi agli Ebrei.

Nel 1853 – quindi solo cinque anni dopo la concessione della libertà – i Valdesi poterono edificare il loro Tempio lungo il viale del Re, segno di una forte volontà di presenza nella città.

Nel 1850 arrivò a Torino il pastore Jean Pierre Meille, dapprima come collaboratore del pastore Bert e dal 1865 in poi come suo successore, e, grazie alla sua sensibilità ed al suo impegno, sorsero diverse opere che hanno fatto della Chiesa valdese di Torino una delle comunità più ricche di attività diaconali.

Intanto la comunità cresceva, anche a causa delle successive ondate migratorie che hanno portato a Torino migliaia di operai, prima dalla Valli e poi dal Sud Italia. Per rispondere alle rinnovate necessità della Chiesa, sono stati aperti nel tempo altri tre locali di culto: in corso Principe Oddone 7 (nel 1901), in via Nomaglio 8 (in barriera di Milano nel 1957) e in via Tommaso Villa (al Lingotto nel 1966). Oggi il locale di via Nomaglio non è più aperto al pubblico, ma ospita un centro sociale per il sostegno alle nuove immigrazioni.

Oggi la Chiesa valdese di Torino conta circa 1300 fedeli, fra membri effettivi e simpatizzanti ed è sempre fortemente impegnata sia nel campo sociale, con diverse attività di sostegno ai meno abbienti, che in quello culturale.

 

Per ulteriori informazioni: https://www.chiesavaldese.org/, http://www.torinovaldese.org